La città dei vivi di Nicola Lagioia ci fa precipitare nell’abisso di un omicidio senza senso e lo fa con una velocità talmente vorticosa che si fa fatica a staccarsi.

L’omicidio di Luca Varani

È l’omicidio di Luca Varani, avvenuto il 5 marzo 2016, ad essere trattato in questo libro. Luca Varani aveva 23 anni quando è stato rinvenuto senza vita con un coltello piantato nel torace e molti segni di tortura. Era stato seviziato e ucciso da Manuel Foffo e Marco Prato in un appartamento alla periferia di Roma, dopo una notte di sesso, alcol e droga.

Lagioia ricostruisce minuziosamente ciò che accadde prima, durante e dopo l’omicidio, ma il libro non è semplicemente una cronaca di un delitto. Lo scrittore parte dai fatti per cercare di capire come sia stato possibile arrivare a quel punto. Lagioia ci conduce attraverso questo caso con grande perizia; tutto è documentato, frutto di ricerca, ma soprattutto è vivo, pulsante. Senza mai giudicare, ci porta dentro l’appartamento dell’orrore, ma anche dentro l’animo di due ragazzi che hanno fatto qualcosa che solo pochi giorni prima sarebbe stato inimmaginabile anche per loro.

La città dei vivi

Lagioia ha una scrittura magnetica che conduce il lettore attraverso i meandri di una città che a dispetto del caos, della spazzatura, dell’assenza di un sindaco, del degrado, della trascuratezza, è e rimane una città dei vivi.

Roma non è soltanto lo sfondo della vicenda, è protagonista tanto quanto Manuel Foffo e Marco Prato, una vera presenza narrativa. E girando tra i meandri di questa città, Lagioia indaga il senso di colpa, la responsabilità, il libero arbitrio, ponendo domande forti e spietate al lettore. Domande su chi siamo, o su chi saremmo potuti essere. Sempre senza giudizio, ci insinua il tarlo che ci costringe a mettere da parte il facile giudizio e chiederci cosa davvero ci impedisce di compiere certe azioni.

La città diventa quasi una metafora della società: enorme, affollata, piena di possibilità e contemporaneamente capace di produrre solitudine e invisibilità. 

La città dei vivi è una città nella quale le persone possono essere fisicamente vicinissime e, allo stesso tempo, profondamente estranee le une alle altre. 

Il vero centro del libro: capire, non giustificare

La domanda fondamentale non è semplicemente: “Chi ha ucciso Luca Varani?”, perché la risposta è nota fin dall’inizio. La domanda che interessa Lagioia è molto più inquietante:

Come può una persona arrivare a compiere un gesto che sembra inconcepibile?”

L’autore cerca di ricostruire una catena di eventi, casualità, fragilità, solitudine, desideri, droghe, rapporti famigliari e dinamiche psicologiche senza trasformare il delitto in una spiegazione semplice. Ed è proprio questo uno degli aspetti più forti del libro: comprendere non significa assolvere. 

L’autore

Una delle caratteristiche più interessanti di questo libro è che Lagioia non finge di essere un osservatore completamente neutrale, entra nella storia, racconta le proprie ricerche, gli incontri, le impressioni e anche il disagio provocato dal confrontarsi con una vicenda così estrema. 

Con uno stile preciso, documentato e investigativo, ma allo stesso tempo profondamente letterario, indaga temi importanti quali il male quotidiano, la solitudine, il vuoto esistenziale, la responsabilità. 

Non è un thriller, il ritmo è spesso lento e riflessivo, dettagli, testimonianze, ricostruzioni e digressioni si accumulano rendendo questo libro una riflessione più ampia di una mera vicenda di cronaca. 

Questo è infatti un libro sulla cronaca, ma non un libro di cronaca. È una lente d’ingrandimento sulla società contemporanea. 

Dovresti leggerlo perché…

È un libro potente, inquietante e ambizioso, soprattutto se ami le storie vere che diventano occasione per interrogarsi sulla società e sull’animo umano. 

Prova a capire il male senza trasformarlo in una spiegazione facile, racconta una Roma lontana dalle cartoline e soprattutto ci mette davanti una domanda scomoda: quanto può essere sottile il confine tra la normalità quotidiana e qualcosa di terribile?

Un limite

La ricostruzione della vicenda e delle persone che ruotano intorno al delitto è un punto di forza, tuttavia questa profondità produce a tratti ripetizioni e rallentamenti. Inoltre si potrebbe avere la sensazione che l’indagine voglia attribuire troppo spazio agli assassini e troppo poco alla vittima. 

È un libro che fa per te se…

  • ami le storie vere che vanno oltre la semplice cronaca; 
  • ti interessano i libri che cercano di indagare la psicologia dei personaggi e le ragioni profonde delle loro azioni;
  • ami le storie ambientate in luoghi che diventano personaggi;
  • non cerchi necessariamente una lettura rassicurante;
  • ti interessano i libri che ci interrogano sul male, sulla responsabilità e sulla solitudine. 

Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. È più difficile la paura del contrario. […] È sempre: ti prego fa’ che non succeda a me. E mai: ti prego, fa’ che non sia io a farlo.  

Titolo: La città dei vivi

Titolo: La città dei vivi

Autore: Nicola Lagioia

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 472

Anno di pubblicazione: 2022

La strada è un romanzo distopico travolgente e destabilizzante un romanzo che ci porta in un mondo buio in cui tutti si devono guardare le spalle.

La strada

La strada è ambientato in un mondo post apocalittico, dove vediamo un uomo e un bambino che camminano in un luogo grigio e incenerito, vestiti di stracci e spingendo un carrello della spesa che contiene tutti i loro averi: un po’ di cibo, delle coperte, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia. Quasi tutto è ridotto in cenere, tutto è grigio, la città è una città fantasma. Il mondo è stato raso al suolo e tutto è un cumulo di ceneri, anche la strada che i due stanno percorrendo non è ben definita. Sappiamo che si stanno dirigendo a sud, cercando di sfuggire alla morte, ma anche agli altri esseri umani. Sì, perché non ci si fida più di nessuno, tutti sono nemici di tutti. In sottofondo, sempre, costantemente, la paura. Paura del domani, paura della morte, paura di non farcela, paura delle persone.

Tutti contro tutti

Il mondo è stato quasi distrutto, quasi nulla di ciò che esisteva prima esiste più, anche gli esseri umani sono quasi spariti, e di quelli che sono rimasti si ha paura. Non c’è luce e non c’è quasi più cibo. Essere rimasti vivi sembra quasi una maledizione.

Ma tra padre e figlio c’è dialogo, c’è una relazione, ed è questo che li fa tirare avanti.

La grande forza di questo romanzo è infatti il rapporto tra il padre e il figlio, un uomo pragmatico e disilluso e un bambino innocente e generoso, che conosce solo quel mondo orribile e vive solo attraverso gli occhi e le parole del padre ciò che era prima.

Stile

Scritto d’un fiato, con uno stile scarno, asciutto, essenziale, ma notevole. La scrittura è fatta per lo più di dialoghi, anch’essi scarni, essenziali, ma pieni di significato.

È un romanzo che destabilizza, che inquieta, un libro crudo e diretto che arriva diretto alla testa e al cuore. Non c’è speranza, non c’è conforto, nulla che ci sollevi. Solo parole spesso scarne, rinsecchite, amare, come amara è la vita in quel mondo. E nessun lieto fine ad alleviarci quel peso dal cuore.

Questo romanzo travolge, perciò fatevi travolgere.

Titolo: La strada

Titolo originale: The Road

Autore: Cormac McCarthy

Traduzione: Martina Testa

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 218

 

La mia conoscenza (e il mio amore) per i libri di Tiziano Terzani risale ai tempi dell’università, quando una mia amica mi mise in mano “In Asia”. Da allora ho letto (e/o riletto) quasi tutto quanto è uscito dalla sua penna e lo considero uno di quegli autori che non smette mai di avere qualcosa da dire. Un indovino mi disse è tra i miei libri preferiti.

 

Terzani e l’Asia

Terzani era un fiorentino doc, con tutto lo scetticismo tipico (a detta sua) dei fiorentini, ha vissuto in Asia gran parte della sua vita, donandoci testimonianze sul campo dei principali eventi storici e dei fatti di maggior interesse di quell’area. Per un’amante dell’Asia come me non si può prescindere dai suoi libri. Era a Saigon nel 1975 quando finì la tanto vituperata guerra del Vietnam ed era nell’URSS nel 1991 mentre si stava sfasciando l’Unione Sovietica. Era in Cambogia durante il regime di Pol Pot e poi nelle Filippine, in Giappone, in Tailandia, in India… E tutto ciò che racconta sull’Asia è di estremo interesse.

Un indovino mi disse

In Un indovino mi disse Terzani racconta del suo anno, il 1993, trascorso in giro per l’Asia (ma non solo, è tornato anche in Italia) senza prendere nemmeno un aereo. Nonostante questo potesse rischiare di danneggiare il suo lavoro di corrispondente, facendolo arrivare tardi in luoghi importanti, e nonostante le difficoltà oggettive di muoversi (anche attraverso i continenti) senza volare, ha deciso di dare retta a un indovino e alla sua profezia e fare di quell’anno qualcosa di memorabile.

C’è da ricordare che Terzani faceva il corrispondente dall’Asia per Der Spiegel e quindi non era proprio cosa da nulla decidere di non volare per un anno intero, data la necessità di spostarsi che aveva per lavoro. Ma i direttori furono accondiscendenti, o forse potremmo dire che furono lungimiranti, prevedendo che da questo sarebbe potuto nascere qualcosa di diverso da proporre ai lettori, e accettarono. 

Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, m’ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto m’ha fatto riscoprire un’umanità, quella dei più, quella di cui, a forza di volare, si dimentica quasi l’esistenza: l’umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa.

Un anno straordinario

Era il 1976 quando un indovino di Hong Kong, da cui era andato controvoglia, gli predisse che sarebbe potuto morire nel 1993 se avesse volato. E nonostante la sua “fiorentinità”, e quindi il suo scetticismo, decise di non sfidare la sorte. Quell’anno non avrebbe volato. E il 1993 si rivelerà un anno straordinario.

Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai.

Ha riscoperto così quell’arte e quel piacere di viaggiare che gli aerei e la frenesia gli avevano fatto dimenticare. Ha visitato luoghi, incontrato persone e in ogni luogo in cui è stato è andato a consultato un indovino.

Eppure c’era negli incontri con quei personaggi, alla fine tutti abbastanza normali e tutti impegnati soprattutto a guadagnarsi da vivere, qualcosa che mi piaceva. Con quel loro passare in rassegna i temi della famiglia, della salute, dell’amore, della ricchezza, mi portavano a ripensare a me stesso come non avevo fatto da tempo. Chi, alla mia età, pensa più davvero a se stesso?

Qui sotto una mappa che rende l’idea di tutti gli spostamenti di Terzani senza volare nel 1993. (se ci cliccate dentro potete ingrandirla per una migliore visione di tutti gli stati). 

Un messaggio ancora attuale

Oltre alle sue riflessioni da grande osservatore del suo tempo quale era, ci fornisce anche preziose informazioni su temi importanti quali la pena di morte in Malesia, la diaspora cinese, o l’islam.

Grazie all’indovino di Hong Kong, Terzani ha ritrovato non solo il piacere di viaggiare, ma anche quello di vivere, ritrovando tempo e silenzio, che così tanto gli mancavano nella sua vita frenetica.

Ed è per questo che Un indovino mi disse è ancora così attuale, è un grande messaggio di ritorno alla lentezza e al silenzio, in un momento storico in cui siamo circondati di rumore e fretta, siamo esasperati dalla pressione e dalle richieste di una società che ci vuole sempre più perfetti e che ci riduce sempre più a macchine, allontanandoci dalla nostra vera natura.

 

 

Titolo: Un indovino mi disse

Autore: Tiziano Terzani

Casa editrice: Longanesi

Pagine: 480

 

Trilogia della città di K è un romanzo particolare, straziante e molto duro, ambientato in un paese rurale durante una guerra. Protagonisti sono due gemelli che vengono portati nella Piccola Città (non ci sono nomi in questo romanzo) a stare con la nonna, perché la madre, nella Grande Città, non aveva più di che sfamarli. La città di K. sta per cadere in mano all’esercito nemico e in campagna i gemelli hanno più possibilità di sopravvivere. 

Lucas e Claus

La Nonna, che viene chiamata la Strega, inizialmente non vuole i bambini. Non ha più rapporti con la figlia da molto tempo, non sapeva nemmeno che fosse sposata e avesse dei figli, ma alla fine accetta di tenerli con sé. La vita dalla Nonna è molto diversa da quella a cui erano abituati: la Nonna non si lava mai, è molto dura con loro, li tratta come manovali, facendoli lavorare e insultandoli.  Figli di cagna è l’appellativo con cui si rivolge sempre a loro. Così Lucas e Claus, intelligentissimi e inseparabili, si addestrano da soli a sopportare fame, dolore e umiliazione, sono autodidatti nello studio e diventano a poco a poco freddi e insensibili. Sembrano quasi privi di emozioni, da tanto sono freddi. Non si concedono il dolore, per non soccombere. È con questa freddezza e con distacco che raccontano tutto ciò che succede loro e intorno a loro: dalle esperienze sessuali (abusi a tutti gli effetti) alle atrocità della guerra, dai rapporti coi bulletti del paese agli atti violenti e spietati. La Piccola Città, e in particolare la casa della Nonna, è vicina alla frontiera, un luogo che, se superato, può portare alla salvezza, fuori dalla guerra. E così i gemelli decidono di provarci. 

Trilogia della città di K

Trilogia della Città di K è effettivamente formata da tre libri: Il Grande Quaderno, La Prova e La Terza Menzogna ed è un romanzo durissimo fin dall’inizio. Si tratta di un attacco alla dittatura sovietica, ai cosiddetti “liberatori che hanno chiuso il paese all’esterno”. 

Contro i nostri Liberatori o contro il nostro nuovo governo non è permessa nessuna critica, nessuna battuta di spirito. Dietro una semplice denuncia gettano in prigione chiunque, senza processo, senza sentenza. Uomini e donne scompaiono senza che si sappia il perché, e le loro famiglie non avranno mai più loro notizie. 

La frontiera è ricostruita. Ora è diventata invalicabile. Il nostro paese è circondato di filo spinato; siamo completamente tagliati fuori dal resto del mondo. 

Primo libro: Il Grande Quaderno

Il narratore è un noi, la voce narrante è quella dei gemelli e la prosa è totalmente priva di fronzoli, asciutta, lapidaria. Claus e Lucas assistono senza scomporsi a stupri, abusi, omicidi, vedono morire la madre, cercano di trovare una strategia di sopravvivenza in un mondo di violenza e dolore. Non sembrano bambini, non hanno nulla dell’innocenza dell’infanzia e allo stesso modo gli adulti intorno a loro non si comportano da adulti: bevono, toccano i bambini, non fanno i genitori. Il primo libro si conclude con un notevole e inaspettato plot twist. 

Secondo libro: La Prova

Il secondo libro è narrato in terza persona e segue la vita di Lucas e per la prima volta dall’inizio del libro troviamo delle emozioni. Lucas prova emozioni, in particolare sente la mancanza d’amore. Amerà Mathias, un povero bimbo storpio che accoglie in casa. E soffre. Una delle scene più strazianti di tutta l’opera è proprio in questo libro. Ha anche dei rapporti di amicizia, se così si può dire: il libraio, il funzionario del partito, il vicino di casa. 

Terzo libro: La Terza Menzogna

In questo libro il punto di vista è alternativamente dei due fratelli, tuttavia non è facile capire chi sia Claus e chi sia Lucas ed è qui che l’autrice ribalta nuovamente le carte in tavola, mettendoci ancora più dubbi. Lo stile è sempre asciutto e tagliente, anche se cambia la struttura narrativa,

Ad un certo punto la confusione è tale che non sappiamo più quale sia il romanzo e quale la storia scritta dai gemelli. Non sappiamo nemmeno più se i gemelli siano due persone o due facce della stessa persona. Uno dei temi è infatti quello del doppio, a cui si affiancano temi come l’identità, la genitorialità, la morte.

La verità

Questa storia è come un labirinto, in cui il lettore si sente intrappolato e da cui esce più confuso di quando ci è entrato. Qual è la verità? Non è chiaro, alla fine non c’è alcuna rivelazione, solo una straziante consapevolezza di quanto il dolore possa radicarsi nelle persone e cambiare la loro vita. Straziante e micidiale. 

 

 

Trilogia della città di K

Titolo: Trilogia della Città di K.

Titolo originale: Le Grand Cahier, La Preuve, La Troisième Mensogne

Autrice: Agota Kristof

Traduzione: Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bagliolo

Casa Editrice: Einaudi

Pagine: 379

Piccole cose da nulla è una piccola perla, che partendo da piccole cose quotidiane, apparentemente insignificanti, condivide con noi un messaggio di grande umanità. In un mondo di egoismo, vanità, corsa al denaro e alla fama, finta perfezione, le piccole cose da nulla di Claire Keegan ci donano un po’ di speranza che si possa, ancora, ritornare umani.

La vita scorre 

Siamo in un piccolo paesino dell’Irlanda rurale, nelle settimane che precedono il Natale del 1985 e la vita sembra scorrere normalmente. Bill Furlong è un commerciante di legname e carbone e in questo periodo dell’anno è molto indaffarato per soddisfare tutti colore che chiedono legna e carbone per scaldarsi sotto le feste. È una persona semplice e onesta, che si è fatta da sé, e con una famiglia numerosa da mantenere (ha una moglie e cinque figlie). Si alza presto, va al lavoro, cerca di accontentare tutti, è sempre gentile e fa il suo dovere onestamente. E proprio mentre è impegnato nelle sue attività quotidiane succede qualcosa che lo costringe a ripensare al suo passato. 

Un passato che pesa

Bill è infatti cresciuto senza padre, da una madre non sposata, in un tempo e in un luogo in cui questo genere di cose era tutt’altro che accettato. Bill non ha mai saputo chi fosse il padre, ma ha beneficiato della generosità di una donna che tanto ha fatto per lui e la madre. Ed è proprio a causa (o grazie) del suo passato che Bill, facendo i conti col proprio dolore, non può ignorare ciò che vede, non può girare la testa dall’altra parte e contribuire all’omertà diffusa in paese. 

Un muro di silenzio

Dietro la vita apparentemente regolare, si cela infatti una realtà di abusi e maltrattamenti che le persone scelgono deliberatamente di ignorare, forse per timore, forse per abitudine o forse per quieto vivere.

Era inevitabile che la gente parlando rivelasse non solo se stessa ma anche quello che sapeva. 

Il muro del convento gestito dalle suore del Buon Pastore non è dunque solo un muro fisico, ma anche un muro di omertà e silenzio che permette alla gente di continuare con la propria vita. Tra lavoro, pettegolezzi, la messa domenicale e le chiacchiere con gli amici la vita delle persone sembra quella di un qualunque paesello irlandese dell’epoca, semplice ma felice. In realtà, basta girarsi un poco per vedere che c’è di più: tumulti sociali, lunghe code per il sussidio di disoccupazione, malcontento. 

Sarebbe stata la cosa più facile del mondo perdere tutto, Furlong lo sapeva. Anche se non andava chissà dove, un po’ si spostava anche lui, e di disgraziati ne aveva visti parecchi in giro per la città e sulle strade di campagna. Le file per il sussidio di disoccupazione erano sempre più lunghe e c’erano uomini che non riuscivano a pagare le bollette dell’elettricità, vivevano in case fredde come rifugi, dormivano con addosso il cappotto. 

Piccole cose da nulla (o forse no?)

Bill si pone una domanda fondamentale, che è anche al centro di questo romanzo: come possiamo andare avanti tranquillamente con la propria vita e definirsi una brava persona se siamo testimoni di ingiustizia e sofferenza e ci giriamo dall’altra parte senza far nulla? 

Di fronte a quella ragazza magra, confusa e vestita di stracci cosa farà Bill? Continuerà a fingere di non sapere, come aveva fatto fino a quel momento? 

Esistono anche le brave persone, ricordò Furlong a se stesso mentre tornava in città. Era solo questione di imparare a gestire tutto quanto e a raggiungere un equilibrio tra quello che dai e quello che ricevi, in modo da andare d’accordo con gli altri e non solo con se stessi. 

Una pagina dolorosa della storia europea

Le Magdalene erano “case” dove venivano mandate ragazze colpevoli di crimini morali (gravidanze fuori dal matrimonio, stupri, condotte maliziose) per essere rieducate. Queste case erano di fatto prigioni travestite da lavanderie, dove le ragazze venivano sfruttate, maltrattate, malnutrite e sottoposte a fatiche disumane e a punizioni corporali crudeli. Tutto questo ad opera di suore, donne di religione, votate alla bontà e alla carità. L’ultima casa delle Magdalene è stata chiusa nel 1996. 

Le piccole cose che cambiano la vita

E queste sono le piccole cose non proprio da nulla che Claire Keegan ci racconta, quei gesti e quelle azioni che quotidianamente diamo per scontate, ma che ci possono cambiare la vita. E lo fa con uno stile asciutto ed essenziale, ma molto efficace. 

In quella che non è affatto una bella favola di Natale, ma una piccola storia dall’immensa potenza, Claire Keegan ci manda un messaggio potente e imprescindibile: per diventare esseri umani dobbiamo smettere di credere che il dolore degli altri non ci riguardi. Sono queste le sue piccole cose da nulla: quelle che ci rendono esseri umani. 

Piccole cose da nulla

Titolo: Piccole cose da nulla

Titolo originale: Small things like these

Autrice: Claire Keegan

Traduzione: Monica Pareschi

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 91

 

La trilogia Millennium è composta di tre romanzi, uno più bello dell’altro che mi hanno conquistata fin dalle prime pagine. Larsson mi ha conquistata con la sua grande capacità di creare storie di grande fascino e intrecci non banali, personaggi indimenticabili e vicende piene di suspense. I temi trattati, inoltre, sono di grande importanza e attualità. 

Millennium 1: Uomini che odiano le donne

Mikael Blomkvist, giornalista economico della testata Millennium alle prese con una condanna per diffamazione, viene incaricato da Henrik Vanger, ricco industriale, di indagare sulla scomparsa di sua nipote avvenuta 50 prima. Inizialmente non sa se accettare o meno, in fondo lui è solo un giornalista, ma il caso lo intriga e si trova a scavare nel torbido passato della famiglia Vanger e a fronteggiare ostacoli posti dai membri stessi della famiglia. 

Lo aiuto Liesbeth Salander, una ragazza misteriosa, hacker esperta dall’apparenza fragile e indifesa, una vittima perfetta di quegli Uomini che odiano le donne a cui il titolo fa riferimento. E infatti dopo solo qualche pagina si ritroverà ad affrontare un’aggressione. Liesbeth diventerà fondamentale per le indagini e risolverà il caso insieme a Blomkvist, scoprendo segreti , abitudini e attitudini perverse all’interno della famiglia.

È un thriller veramente ben costruito, che tratta temi importanti come la violenza sulle donne, il razzismo, l’emarginazione, e con personaggi veramente interessanti. Se a questo si aggiungono intrighi, misoginia, segreti, ma anche violenza e brutalità si capisce come non ci si resca a staccare fino alla fine, pur rimanendo molto disturbati. Una curiosità: i personaggi maschili sono (quasi) tutti potenziali misogini, corrotti e/o malvagi. 

Liesbeth è il personaggio più affascinante secondo me, piena di contraddizioni, dal passato difficile, anticonformista, forte e fragile, diffidente, enigmatica. 

Lo stile è scorrevole, quasi giornalistico nella prima parte, con molte descrizioni dettagliate. Poi la narrazione si fa incalzante e accadono molte cose, con continui cambi che lasciano il lettore continuamente a bocca aperta. 

Millenium 2: La ragazza che giocava con il fuoco

Mikael torna alla guida del suo giornale, Millennium, e sta lavorando a uno scoop su un traffico di prostitute dell’Est in cui sono implicate figure di spicco della politica e dell’imprenditoria. Ma un triplice omicidio la cui maggior indiziata sembra essere Liesbeth Salander lo coinvolge. Mikael non crede nella colpevolezza di Liesbeth e inizia un’indagine personale per scagionare l’amica. 

Anche questo thriller ha ritmi serrati, colpi di scena e rivelazioni che tengono col fiato sospeso e incollati alle pagine. La vera protagonista è Liesbeth, che amiamo ancora di più con le sue forze e le sue debolezze. 

Accompagna la storia uno sguardo acuto e impietoso sulla società moderna e le sue contraddizioni, i suoi intrighi, le sue perversioni. I temi trattati sono diversi, ma altrettanto complessi del romanzo precedente e i personaggi sono altrettanto oscuri.  Il finale è aperto, ma c’è una certezza: quella che ora vogliamo senz’altro leggere il terzo volume!

Millennium 3: La regina dei castelli di carta

Il romanzo inizia con Liesbeth in un letto d’ospedale con una pallottola in testa, qualcuno ha deciso che deve sparire per sempre. Si è trovata al centro di una cospirazione suo malgrado, perché tutto è iniziato quando aveva 12 anni. Tutto quello che ha subito da ragazzina si mette piano piano in ordine come in un puzzle. Liesbeth è di nuovo protagonista indiscussa, lei e la sua storia personale di abusi, abbandoni, violenze, al centro di una storia violenta e dolorosa che svela, ancora una volta, il lato oscuro della società. E ancora una volta Mikael accorrerà in aiuto dell’amica, tentando di smascherare la congiura ai suoi danni.

Un’altra storia senza respiro, che questa volta coinvolge niente po’ po’ di meno che lo stato e i servizi segreti. Ampio spazio viene dato a dilemmi etici e introspezione e all’analisi della condizione della donna nella nostra società, riprendendo e ampliando i temi del primo volume. 

Scritto con un ritmo vorticoso e popolato da molti personaggi, questo terzo volume della saga ci dà le risposte alle domande suscitate dai primi due. Difficilmente potremo dimenticare Liesbeth e Mikael.

Curiosità sull’autore

Stieg Larsson era un grande conoscitore di organizzazioni neonaziste, ha anche fondato una rivista antirazzista ed è stato consulente di Scotland Yard e del Ministero della Giustizia svedese. Era quindi un esperto di queste tematiche ed è anche per questo che i suoi romanzi sono così avvincenti e credibili. È purtroppo morto improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2004 e i sui romanzi sono stati pubblicati dopo la sua morte. I successivi tre romanzi della saga: Quello che non uccide, L’uomo che inseguiva la sua ombra e La ragazza che doveva morire sono stati scritti dal giornalista e scrittore svedese David Lagercrantz. Non ho letto questi ultimi tre romanzi per una motivazione personale: voglio ricordare Mikael e Liesbeth così come li ha descritti Larsson e ho paura di rimanere delusa leggendo libri con gli stessi personaggi, ma scritti da una penna diversa.

Fedeltà di Marco Missiroli tratta un tema che ha toccato moltissimi di noi, se non tutti, accendendo una riflessione su qualcosa di importante che riguarda ciascuno di noi: cosa significa essere fedeli?

Il malinteso

“Il Malinteso”, è così che Carlo Pentecoste chiama ciò che è successo quel giorno nel bagno con Sofia Casadei. Lui, professore universitario, lei sua studentessa, un cliché insomma. La versione ufficiale, confermata anche da Sofia, è che lui l’ha soccorsa perché lei si è sentita male. Ciò che è successo in quel bagno è il filo conduttore di questa storia e delle domande che porta con sé: rimpiangere di non ave fatto qualcosa equivale ad averlo fatto? Rimanere attaccati a un’ossessione è tradire? Cosa significa tradire? È possibile rimanere fedeli all’altro se non rimaniamo fedeli a noi stessi?Carlo e Margherita ci portano nei meandri della loro vita di coppia, nel labirinto articolato di un rapporto fatto di abitudini, gelosie, tradimenti, attaccamenti, ripensamenti, provocazioni, non detti, non fatti, sotterfugi, ritorni, passioni e tentennamenti.

Fedeltà

Il romanzo si sviluppa in due momenti a distanza di 9 anni l’uno dall’altro e il lettore può così vedere le evoluzioni (e le involuzioni), i progressi (e le cadute) dei vari personaggi. A mio parere i personaggi più interessanti sono quelli secondari: Anna, la mamma di Margherita che ci stupisce in più di un’occasione, e Andrea il fisioterapista di Margherita, con la sua ricerca di se stesso e della cura per le sue ferite. Carlo e Margherita spesso non sanno cosa vogliono, o credono di saperlo, sballottati tra il decoro che la loro posizione nella società milanese richiede e la direzione che le loro passioni vorrebbero far loro prendere. Sofia non si capisce bene cosa voglia, le sue azioni sono spesso confuse e discordanti, come di un animo irrisolto.

Carlo e Margherita si conoscono da anni, hanno avuto un percorso lineare: fidanzamento, acquisto di una casa, matrimonio e infine un figlio. C’è ancora intesa tra loro e si amano ancora, ma quel dubbio innescato dal malinteso diventa un alibi per Margherita. Carlo, dal canto suo, soffre di non poter scattarsi dalla sua famiglia d’origine perché ha ancora bisogno dell’aiuto del padre, e soffre per quel talento che vede in Sofia, ma che avrebbe voluto avere lui. Per questo desidera evadere dalla vita coniugale e sogna di farlo con Sofia. 

Qualcosa di irrisolto

Il romanzo è ben scritto e offre dei buoni spunti di riflessione su un tema, a mio avviso, molto importante, però i personaggi non sono ben sviluppati, li conosciamo poco, facciamo fatica ad entrare in empatia con loro ed è un vero peccato, perché credo che questo romanzo avesse un grande potenziale. Rimane comunque una lettura piacevole con degli ottimi spunti di riflessione. 

 

Titolo: Fedeltà

Autore: Marco Missiroli

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 224

 

Viaggio segreto a Lhasa è il resoconto di un viaggio particolarissimo portato a termine dall’antropologo, avventuriero e studioso del Buddhismo William McGovern nel 1923. A quei tempi il Tibet era un territorio chiuso agli stranieri, in particolar modo agli occidentali. Mcgovern parlava correntemente 12 lingue e non si esclude che ci si sia ispirati a lui per il personaggio di Indiana Jones.

Un’impresa epica

McGovern raggiunse il Tibet nel 1923, dopo una serie di tentativi andati a vuoto e non senza rischi e pericoli, e riuscì perfino ad arrivare al cospetto del Dalai Lama, in un periodo in cui il Tibet era un luogo considerato impenetrabile. Non erano solo gli ostacoli naturali – la catena dell’Himalaya per menzionarne uno – ma anche il popolo, geloso della propria terra e delle proprie tradizioni e, diciamolo, anche un po’ xenofobo a impedirne l’accesso. Come tutte le cose proibite, il Tibet ha sempre suscitato interesse negli studiosi, ma arrivarci era quasi impossibile. Tuttavia, Lhasa, la città proibita, esercitava un tale fascino in McGovern da fargli tentare più volte l’accesso. Quando ci riuscì, lo fece vestito da coolie e sopravvivendo al freddo dei passi himalayani in pieno inverno. Era il 1923 e il Tibet era, come detto, un paese chiuso e xenofobo. 

Viaggio segreto a Lhasa

In questo libro c’è tutto il suo viaggio, dalla preparazione all’arrivo a Lhasa, tutta la sua avventura, ma anche tutti i momenti di disperazione, di fatica, di scoraggiamento, le malattie, la paura di morire, la voglia di mollare. Non mancano, tuttavia, momenti di gioia, felicità e di curiosità. 

Siamo abituati, anche grazie al XIV Dalai Lama, a pensare ai tibetani come a un popolo di simpatici monaci sorridenti e pacifici, ma grazie a questo libro scopriamo che non è sempre stato così e McGovern ci fa scoprire anche abitudini, alimentazione e riti di questo popolo che allora era sconosciuto e misterioso. 

Viaggio segreto a Lhasa è senz’altro un libro per gli amanti del Tibet, ma anche per gli amanti della montagna e dell’avventura, non c’è proprio da annoiarsi! E per quelli a cui l’argomento Tibet interessa particolarmente, suggerisco di leggere la mia recensione di un altro interessantissimo libro, questa volta del nostro Fosco Maraini (clicca qui per andare all’articolo)

 

Titolo: Viaggio segreto a Lhasa

Titolo originale: To Lhasa in Disguise

Autore: William Montgomery McGovern

Traduzione: Elena Ogliari

Casa Editrice: O Barra O Edizioni

Pagine: 408

Dio di illusioni è il folgorante esordio di Donna Tartt (la scrittrice de Il Cardellino per intenderci). Ed è folgorante sin dalle prime pagine, anzi, sin dalle prime righe:

Forse che una cosa come “il fatale errore”, quell’appariscente, cupa frattura che taglia a metà una vita, può esistere al di fuori della letteratura?

Cinque amici e un cadavere

Cinque amici e un cadavere: è così che si presenta Dio di illusioni.  Un corpo precipitato da un burrone e un gruppo di amici devastati dal dolore per la perdita? Non proprio. Ed è fin dall’inizio che questo romanzo si contraddistingue. Capiamo fin da subito che Bunny è stato fatto precipitare giù e che gli amici tutto sono fuorché disperati.

Con un lungo flashback, scopriamo che tutto ha inizio quando Richard, appassionato di greco e stanco della solitudine, viene ammesso ad Hampden, un prestigioso college del Vermont e decide di partire dalla California e continuare lo studio del greco classico. Ad Hampden entra nel piccolo microcosmo dell’affascinante professor Julian Morrow e dei suoi unici 5 studenti. 

Via d’uscita o fragile illusione?

Per Richard questo gruppo rappresenta la speranza di uscire dalla terribile solitudine in cui fino a quel momento era costretto a vivere. È un gruppo di ragazzi privilegiati, molto diversi da lui, che sono alla costante ricerca della bellezza e del piacere, attraverso il fascino che il mondo antico e quel carismatico professore esercitano su di loro. 

Tuttavia, questo mondo si rivela solo una fragile illusione, pronta ad essere sgretolata quando un vento impietoso farà crollare quel castello di carte, scoperchiando segreti, meschinità e fragilità di quel microcosmo. 

Il suo sguardo – inerme, folle – mi colpì come una manganellata: all’improvviso mi sentii addosso tutta l’amara, irrevocabile realtà della nostra azione, la sua malvagità. 

Un piccolo capolavoro

Questo romanzo è un piccolo capolavoro di indagine psicologica dei personaggi, tutti peculiari a modo loro e che sviscerano tematiche importanti come la ricerca del proprio posto nel mondo, la solitudine, l’amicizia, la fragilità delle basi su cui posano i rapporti, il senso di colpa, l’eterna lotta tra il bene e il male e tra giusto e sbagliato.

È un romanzo costruito magistralmente, che forse perde un po’ di forza nel finale, ma che nel complesso è decisamente ben scritto. 

Non c’è nulla di sbagliato nell’amore per la Bellezza; ma la Bellezza – se non è sposata a qualcosa di più profondo – è sempre superficiale.

 

Titolo: Dio di Illusioni

Titolo originale: The Secret History

Autrice: Donna Tartt

Traduzione: Idolina Landolfi

Casa Editrice: Rizzoli

Pagine: 622

Ci ho messo un bel po’ a decidermi di recensire Una vita come tante di Hanya Yanagihara e questo per una serie di ragioni, la più importante delle quali è che per molto tempo dopo averlo finito mi sono sentita orfana e anche un po’ ferita. So che può sembrare strano, ma questo è un libro talmente forte e la carica emotiva della sofferenza talmente alta, che mi ci è voluto un po’ per riprendermi. Non so perché, ma sembra che l’autrice abbia deciso di caricare le sofferenze del mondo su un unico personaggio e proprio quando pensi che non possa succedergli nulla di peggio, ecco che scopri che veramente al peggio non c’è mai fine. Insomma, Una vita come tante è un libro che spacca il cuore e dopo averlo letto ci mettiamo un po’ a riprenderci. 

Una vita come tante?

All’inizio sembra davvero una vita come tante, un gruppo di amici, Jude, Willem, Malcom e JB, la storia della loro vita e della loro amicizia. Presto si capisce che tutto il gruppo ruota attorno a Jude, protagonista indiscusso che appare sin da subito l’elemento più fragile, anche se fa di tutto per non darlo a vedere. La storia, ambientata a New York, si dipana nell’arco di circa quarant’anni. I 4 ragazzi si conoscono e diventano amici all’università, comprendendo sin dal principio che Jude porta un peso enorme sulle sue spalle, nonostante la sua ferma volontà di non pesare su nessuno.

Jude

Non si sa molto sul passato di Jude, tuttavia, andando avanti con la lettura si comprende che la sua tutto è tranne che una vita come tante. Cammina trascinando una gamba e talvolta ha degli attacchi talmente dolorosi da togliergli il respiro. I suoi amici gli stanno vicino con discrezione, lo aiutano come possono, anche se lui non vorrebbe mai aver bisogno di aiuto. E tutti cercano di trovare la loro strada nel mondo, diventano avvocati, attori, architetti, artisti, ognuno affrontando i propri problemi, ognuno festeggiando i propri successi. 

Tuttavia, al centro di tutto c’è sempre Jude, la cui storia si rivela piano piano e mano a mano che scopriamo cosa gli è successo pensiamo che no, più di così non si può sopportare, ora arriverà il meritato riscatto. 

Nessun riscatto

Ma no, non c’è riscatto in questo romanzo, nessun premio, nemmeno uno di consolazione. Jude è un personaggio come se ne incontrano pochi in letteratura; ha subito talmente tanto dolore e patito talmente tanta sofferenza da pensare di non meritare la felicità. E la vita, forse, gli dà ragione. Perché quello che gli dà sono solo piccoli, brevi momenti di felicità in una vita di dolore. Jude è un personaggio complesso, carico di tensione, fragile, che non ti si stacca di dosso.

Il suo traumatico passato, di cui lui non parla mai, emerge poco a poco e l’abilità della Yanagihara è di riuscire (quasi) sempre a farci fermare sull’orlo di quel baratro che è la vita di Jude. I suoi strani comportamenti, i silenzi, l’autolesionismo, la sua fragilità che stringe il cuore sono proprio le cose che ci spingono a volerne sapere sempre di più, fino però ad arrivare a desiderare di non aver mai saputo. Eppure non si riesce a staccarsi, non si riesce a non sperare. 

Cosa ci resta

Forse il grande tema è proprio questo, farci capire che l’amore, il fare parte della vita di qualcuno può contribuire più di quanto immaginiamo a lenire il dolore, a portare un po’ di gioia, a salvare, anche solo in parte, una persona. L’amore entra nella vita di Jude come un balsamo, un tentativo di trovare un punto di luce in una vita bastonata. Una vita da guarire, o forse solo da accettare anche nella sua ingiustizia. Una vita come tante è, nel suo titolo originale, una piccola vita, un modo di tenersi insieme e andare avanti, vivendo appieno quei momenti di felicità che la vita ci regala. 

Questo non è un romanzo per chi vuole il lieto fine ad ogni costo e nemmeno per chi auspica e si aspetta una sorta di giustizia umana o divina. Non c’è felicità fittizia, non c’è rivalsa e forse anche la speranza ad un certo punto viene meno. Ma ci sono piccoli momenti di gioia, attimi di felicità, amicizia e c’è Amore, quello con la A maiuscola che in qualche modo è sempre, poco o tanto, salvifico.

Questo è uno dei libri più belli che ho letto, è struggente, doloroso, di una bellezza straziante che non lascia indifferenti. Nonostante le lacrime, alla fine rimane lui, Jude, la nostra Nuova Zelanda.

 

Titolo: Una Vita Come Tante

Titolo originale: A Little Life

Autore: Hanya Yanagihara

Traduzione: Luca Briasco

Casa Editrice: Sellerio

Pagine: 1094