La strada è un romanzo distopico travolgente e destabilizzante un romanzo che ci porta in un mondo buio in cui tutti si devono guardare le spalle.

La strada

La strada è ambientato in un mondo post apocalittico, dove vediamo un uomo e un bambino che camminano in un luogo grigio e incenerito, vestiti di stracci e spingendo un carrello della spesa che contiene tutti i loro averi: un po’ di cibo, delle coperte, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia. Quasi tutto è ridotto in cenere, tutto è grigio, la città è una città fantasma. Il mondo è stato raso al suolo e tutto è un cumulo di ceneri, anche la strada che i due stanno percorrendo non è ben definita. Sappiamo che si stanno dirigendo a sud, cercando di sfuggire alla morte, ma anche agli altri esseri umani. Sì, perché non ci si fida più di nessuno, tutti sono nemici di tutti. In sottofondo, sempre, costantemente, la paura. Paura del domani, paura della morte, paura di non farcela, paura delle persone.

Tutti contro tutti

Il mondo è stato quasi distrutto, quasi nulla di ciò che esisteva prima esiste più, anche gli esseri umani sono quasi spariti, e di quelli che sono rimasti si ha paura. Non c’è luce e non c’è quasi più cibo. Essere rimasti vivi sembra quasi una maledizione.

Ma tra padre e figlio c’è dialogo, c’è una relazione, ed è questo che li fa tirare avanti.

La grande forza di questo romanzo è infatti il rapporto tra il padre e il figlio, un uomo pragmatico e disilluso e un bambino innocente e generoso, che conosce solo quel mondo orribile e vive solo attraverso gli occhi e le parole del padre ciò che era prima.

Stile

Scritto d’un fiato, con uno stile scarno, asciutto, essenziale, ma notevole. La scrittura è fatta per lo più di dialoghi, anch’essi scarni, essenziali, ma pieni di significato.

È un romanzo che destabilizza, che inquieta, un libro crudo e diretto che arriva diretto alla testa e al cuore. Non c’è speranza, non c’è conforto, nulla che ci sollevi. Solo parole spesso scarne, rinsecchite, amare, come amara è la vita in quel mondo. E nessun lieto fine ad alleviarci quel peso dal cuore.

Questo romanzo travolge, perciò fatevi travolgere.

Titolo: La strada

Titolo originale: The Road

Autore: Cormac McCarthy

Traduzione: Martina Testa

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 218

 

Il Signore delle Mosche è il romanzo più conosciuto di William Golding, autore britannico noto soprattutto grazie a questa sua prima opera, nonostante la sua produzione letteraria non sia fermata qui. Potrebbe sembrare solo un libro per ragazzi, ma questo romanzo in realtà è molto di più.

Lost

Come nella famosissima serie televisiva Lost, in cui, tra l’altro, questo romanzo viene citato dal notissimo personaggio James Ford, detto Sawyer, un aereo si schianta su un’isola tropicale. Sopravvive solo un gruppo di bambini e di ragazzini. Nessun adulto. Inizialmente sembra quasi un romanzo alla Robinson Crusoe, in cui si fa bella mostra delle capacità inglesi di rimboccarsi le maniche e superare con l’intelletto gli ostacoli cui la natura ci mette di fronte. Invece capiamo ben presto che non è affatto così. Non ci sono abilità e virtù da sfoggiare in quest’isola. E non c’è nessun indigeno, nessun Friday da civilizzare e assoggettare, solo un gruppo di ragazzini costretti a stare insieme per riuscire a sopravvivere in un ambiente che presenta mille insidie. 

Inizialmente il gruppo reagisce dandosi alla pazza gioia, felici di avere un’isola meravigliosa tutta per loro e di poter decidere a piacimento del proprio tempo. Costretti però successivamente a darsi delle regole di convivenza per poter sopravvivere in un luogo in qualche modo ostile e di sicuro privo di comodità e privo di adulti che prendano decisioni e organizzino la vita, il gruppo arriverà alla fine a mostrare la sua vera natura, una natura brutale, per certi verso forse anche malvagia. 

Organizzazione democratica

Inizialmente i ragazzi scelgono democraticamente un capo, Ralph, il quale, aiutato dal fedele e saggio Piggy, assegna dei compiti a ciascuno e convoca regolarmente assemblee. In questo modo il gruppo tenta di darsi una forma all’apparenza democratica. Potrebbe sembrare il trionfo della democrazia e del buon senso inglese, un’organizzazione basata su una equa suddivisione dei compiti per i principali obiettivi di sopravvivenza: andare a caccia, costruire dei rifugi e tenere acceso un fuoco per poter essere avvistati e dunque salvati. Tuttavia, l’isola non è l’Inghilterra e qui non c’è nessun ben comune da preservare. Anche il fuoco, inizialmente così importante, diventa il pomo della discordia, anziché un punto di unione. 

Belzebù, il Signore delle Mosche

Poco a poco l’obiettivo dell’autore diventa chiaro: mostrarci una continua lotta tra bene e male, tra istinti animali e intelletto, a cui i ragazzini rischiano di soccombere. Il buon senso lascia presto il posto all’istinto, spesso animalesco, ed emergono poco a poco e caratteristiche peculiari di ciascuno di loro, acuendo differenze e divisioni. La vanità, l’autoesaltazione e l’istinto di soggiogare prevarranno sull’unità del gruppo e sul bene comune, trasformando l’isola da paradiso tropicale a inferno in terra, desolato e opprimente. 

Il Signore delle Mosche, personificato nel romanzo da una testa di maiale appesa a un palo, altro non è che un altro nome di Belzebù, signore dei demoni, composto da Baal (“signore” in fenicio) e Zebub (“mosche”). Era detto così perché “nemmeno una mosca potrebbe sfuggire ai suoi intrighi” (clicca qui per saperne di più). Questo ci porta alla questione della natura umana. Golding sosteneva la tesi della malvagità intrinseca della natura umana e lo dimostra ampiamente in questo romanzo. 

L’uomo produce il male come le api producono il miele.

Il male è dunque al centro di questo romanzo e ciò che colpisce è la natura malvagia è qui propria anche dei fanciulli, che ancora non sono corrotti dalla malvagità del mondo, a dimostrazione del fatto che questo è insito nella natura dell’essere umano e viene solo tenuto a bada attraverso un convivere comune. I ragazzi, infatti, dopo l’iniziale tentativo di instaurare un sistema pseudo-democratico, si lasciano trasportare da una spirale di violenza, regredendo verso una barbarie quasi primitiva che obnubila loro la mente. I tentativi di riportare le cose a una sorta di ordine naufragano miseramente, come argini deboli di un fiume in piena, e la violenza e la barbarie dilagano senza freni. 

Si tratta di un romanzo forte, con un messaggio ancora più forte, da leggere assolutamente, anche qualora non fossimo d’accordo con la visione di Golding.

Avrei pensato che un gruppo di ragazzi inglesi… Siete tutti inglesi, no?… sarebbero stati capaci di qualcosa di meglio… Voglio dire…

 

Titolo: Il Signore delle Mosche

Titolo originale: Lord of the Flies

Autore: William Golding

Traduzione: Laura De Palma

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 277

Se ami i libri ditopici, leggi la recensione di Il mondo nuovo di Aldous Huxley

Questo libro e il suo autore sono stati per me una scoperta. Confesso che, pur amando molto i romanzi distopici, non avevo mai letto prima qualcosa di Aldous Huxley, e ora dovrò recuperare il tempo perduto.

Il mondo nuovo (Brave New World) appartiene alla tradizione del romanzo distopico novecentesco, conosciuto ai più soprattutto attraverso il 1984 di George Orwell (di cui trovate una buona recensione di Erigibbi qui). Tuttavia, questo non è uno dei tanti romanzi distopici. È la critica aspra e pungente dell’autore alla società consumista e votata al materialismo di cui già allora (siamo nel 1932) si vedevano gli effetti. Infatti, è considerato “la più potente denuncia della visione scientifica del mondo mai scritta”. È una profezia di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi proprio oggi. Ed è la tremenda visione di un futuro nel quale gli esseri umani sono privati della libertà e di ogni libero arbitrio, e la loro vita è decisa da una catena di montaggio.

La differenza con la maggior parte degli altri romanzi distopici è che qui non c’è violenza, né imposizione con la forza, come invece accade, per esempio, in 1984.

Non solo distopia

Il romanzo è ambientato nell’anno Ford 632, che corrisponde grosso modo all’anno 2540 del nostro sistema di datazione. Siamo in una società governata da uno Stato mondiale nella quale Henry Ford è il nuovo Dio. Il fattore più importante in questa società, come si capisce già dal primo capitolo, è la stabilità: i cittadini devono essere sani e felici, in modo da garantire la stabilità allo stato.

Diversamente da quanto accade in altri romanzi distopici, Huxley non utilizza l’espediente letterario di un viaggio nel tempo o nello spazio ad opera di un viaggiatore che poi racconta la sua storia. Al contrario, il lettore viene catapultato direttamente nel nuovo mondo, senza che Huxley dia spiegazioni al lettore su dove e quando questi fatti accadano.

All’inizio del libro, ci troviamo in “un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani”, che scopriamo chiamarsi “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale”. L’edificio viene descritto dettagliatamente e scopriamo che si tratta del luogo dove vengono messi in atto i principali meccanismi di controllo sociale: il processo di fertilizzazione e incubazione dei futuri esseri umani e il processo di condizionamento, anche attraverso l’ipnopedia. Veniamo accompagnati all’ interno delle varie sale dell’edificio insieme a un gruppo di studenti in un tour guidato, dove riceviamo spiegazioni dettagliate di come avviene il processo di fertilizzazione e incubazione, e anche di come avviene il condizionamento. Sì, perché gli esseri umani vengono condizionati nel modo che più è conveniente alla stabilità dello stato.

Condizionamento e manipolazione del cervello

Le tecniche di manipolazione del cervello e di condizionamento sono così sofisticate che le persone sono portate ad amare la loro vita e tutto quello che hanno e fanno. Ognuno è condizionato ad essere felice esattamente della condizione in cui è. La stabilità sembra essere l’obiettivo più importante, tutti hanno un lavoro ci sono divertimenti e svaghi alla portata di tutti. Stare soli non è previsto, e per tutte le situazioni spiacevoli ecco pronta una bella dose di soma, droga di stato che aiuta a non provare dolore o infelicità.

Piano piano, entriamo in questa società votata al consumismo e all’edonismo, una società che ha eliminato il dolore e la sofferenza, una società basata sulla manipolazione genetica e nella quale tutti gli esseri umani nascono in provetta in una catena di montaggio. Scopriamo personaggi come Mustapha Mond, uno dei dieci Governatori del mondo, Lenina Crowne, Bernard Marx che ci fanno vedere la società da diverse prospettive.

Una società perfetta?

Con il suo tono satirico e la sua ironia, Huxley ci descrive una società apparentemente perfetta. Ma forse non è proprio così. Con Bernard Marx scopriamo il primo personaggio a non essere veramente felice; al contrario, è malinconico, si sente inferiore, prova risentimento. Tuttavia, in lui non c’è nessuna vera ribellione, nessuna protesta. Pertanto la stabilità dello stato è salva. Almeno fino all’arrivo di John, il Selvaggio, che rappresenta il vero contrasto con la società del mondo nuovo, soprattutto a causa del fatto che non è stato condizionato.

John non ha l’apparenza di un vero selvaggio, non assomiglia agli altri che vivono nella riserva, è bianco di carnagione, con gli occhi azzurri e molto più civilizzato di loro. Ama Shakespeare e vive nella riserva da emarginato. Quando arriva nel Mondo Nuovo, di cui la madre gli ha tessuto così tante lodi, rimane deluso. Vorrebbe cambiare le cose, ma anche lui sarà un ribelle solo a metà in questo mondo di agio e benessere, dove tutti stanno bene e sono felici, non invecchiano e non si lamentano.

Il dialogo tra Mustapha Mond e il Selvaggio che precede la scena finale del romanzo è una delle parti meglio scritte e più coinvolgenti di tutto il romanzo. Solo quella varrebbe l’acquisto del libro.

La lingua

La straordinaria abilità di Huxley sta non solo nella capacità profetica di prevedere gli effetti della scienza e della tecnologia, ma anche e soprattutto nell’uso della lingua, elemento chiave per comprendere il messaggio che l’autore ha voluto darci. Huxley ha scelto un linguaggio denso di ironia e acuto umorismo, satirico e diretto, fatto di giochi di parole e neologismi che a volte spiazzano il lettore. Sceglie anche di dare nuovi significati a parole note e questo stupisce e diverte. Huxley è un maestro nello sfruttare la curiosità che ha abilmente stimolato nel lettore per dare maggior effetto alla sua critica. Certo, alcuni aspetti avrebbero potuto essere approfonditi di più e a John Huxley avrebbe potuto dare una terza scelta (come lui stesso ammette in Brave New World Revisited). Ciononostante, questo romanzo rimane un capolavoro della letteratura distopica e non solo.

Leggere in lingua originale

Consiglio, per chi lo può fare, la lettura in lingua originale, che permette di godere appieno dell’acume e dell’ironia di Huxley, e del suo talento letterario. Gli slogan ipnopedici sono sapientemente costruiti in rima, cosa che si perde nella traduzione in italiano, i giochi di parole sono spesso difficilmente traducibili. La lettura in lingua originale rende l’esperienza unica.

Per chi non possa leggere il libro in inglese, consiglio comunque di leggerlo, perché ritengo sia un must della letteratura mondiale. Ritengo, inoltre, che dovrebbe anche essere fatto leggere ai ragazzi a scuola, per una maggiore consapevolezza e apertura.

Titolo: Il Mondo Nuovo. Ritorno al Mondo Nuovo.

Autore: Aldous Huxley

Traduzione: Lorenzo Gigli per Il Mondo Nuovo e Luciano Bianciardi per Ritorno al Mondo Nuovo

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 344